Red Dead Redemption 2 è il capolavoro che ci meritiamo

"Questo è il modo in cui Rockstar ha voluto spiegarci, a suo modo, la redenzione, tanto agognata dai peccatori del purgatorio di Dante, e sottopostaci dagli sviluppatori della software house americana attraverso le sembianze di una brutale e catartica cavalcata espiativa."

Luca Polito

Luca Polito

Vi è mai capitato di rimanere di stucco davanti allo schermo con il pad in mano e gli occhi gonfi di lacrime? 

Se non vi è mai successo evidentemente non avete mai giocato a Red Dead Redemption 2.

Ebbene questo è quello che è successo a me al termine delle oltre 40 ore di gioco frenetiche che ho impiegato per giungere al primo, e per me unico vero, finale del capolavoro western di Rockstar Games.

Perché frenetiche? È ciò che qualche buontempone potrebbe dire, dato il ritmo di gioco abbastanza lento.

Sicuramente vi sarà capitato almeno una volta nella vita di entrare in fissa con un film o una serie tv. Se vi è capitato, avrete di certo passato ore intere davanti alla TV col fiato sospeso, scena dopo scena, cercando di capire spasmodicamente come va a finire.

Vi è capitato vero? Bene, questo è esattamente il modo con il quale ho approcciato io a Red Dead Redemption 2. Un titolo che sin dai primi istanti di gioco si mostra tutto il suo splendore tecnico e grafico e che, solo dopo diverse ore trascorse in tranquillità tra una scazzottata al saloon e una sparatoria nel bel mezzo della prateria, si mostra per quello che realmente è: un capolavoro d’arte drammatica a tutti gli effetti.

LMP: Le nostre impressioni

 

RDR2 non è affatto un semplice videogioco ben fatto, nossignore, è molto ma molto di più. È un’opera drammatica dalla regia sopraffina e dalla struttura narrativa degna delle migliori pellicole del secolo scorso, narrativa che consacra il titolo di Rockstar come imprescindibile punto di riferimento nel panorama videoludico moderno. Durante le lunghe cavalcate in solitaria al calar del sole, attraversando le sconfinate praterie dell’America di fine ‘800, ho avuto sempre l’impressione di essere in un film di Sergio Leone.

Arthur mi appariva ogni ora di più un personaggio dei Western del regista romano, una perfetta commistione tra il Clint Eastwood dei vari Per un Pugno di Dollari, Per qualche Dollaro in più e Il Buono, il Brutto e il Cattivo e i rivoluzionari James Coburn e Rod Steiger di Giù la testa. I riferimenti ai film di Leone sono molteplici infatti, basti pensare alla contrapposizione tra le famiglie Gray e Braithwaite, in continua lotta per il controllo del traffico degli alcolici e delle armi nella cittadina di Rhodes, palese richiamo alla celeberrima rivalità tra le famiglie Rojo e Baxter di Per un Pugno di Dollari.

Come non ricordare il triello finale tra John, Micah e Dutch, chiaramente ispirato a quello tra Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleed ne il Buono, il Brutto e il Cattivo.

Potrei andare avanti per ore con dozzine di altri esempi. 

Un’opera d’altri tempi dunque, perché così merita di essere definita, con un straordinario sguardo introspettivo sul mondo profondamente malvagio e decadente che circonda i personaggi, talmente marcio da far rabbrividire ad un certo punto anche il nostro protagonista, e noi insieme lui.

Da quel momento in poi tutto ciò ci aveva spinto a inseguire l’appagamento delle più becere pulsioni umane perde improvvisamente senso, piombandoci in uno stato di evidente malessere nonché di grande stupore per il giocatore. 

Le ore che seguono sono le più tremende e allo stesso tempo le più felici di tutto il gioco, durante le quali verranno spese tutte le energie inseguendo un lieto fine che non arriva mai.

Questo è il modo in cui Rockstar ha voluto spiegarci, a suo modo, la redenzione, tanto agognata dai peccatori del purgatorio di Dante, e sottopostaci dagli sviluppatori della software house americana attraverso le sembianze di una brutale e catartica cavalcata espiativa.

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